Una storia mistica (e anche un po’ surreale) di promesse, onde, surfisti e strani animaletti del mare.

Sul finire del 2019 il mio disfunzionale e meraviglioso fratello Fabrizio si è ammalato.
Tumore alla gola.
Giorni bui, buissimi. Visite, ospedali, esami, chemioterapie, effetti collaterali delle chemioterapie. E poi la pandemia da COVID a incasinare ancor di più tutto quanto. C’erano giorni pesantissimi, di lunghi silenzi, pianti, pesi sul cuore. Ma c’erano anche giorni più positivi dove si rideva, si cercava di essere ottimisti e, a volte, ci scappava pure qualche progetto.
Ed è da uno di questi progetti che nasce la storia incredibile che mi ha portato fino a Nazarè, di fronte all’Oceano Atlantico.
Una storia mistica e anche un po’ surreale di promesse, onde, surfisti e strani animaletti del mare.

1.
“Fe, ho visto un documentario. Dicevano che non puoi dire di conoscere il sapore del mare se non hai mai assaggiato i percebes.” mi aveva detto sorridendo. Ed era una delle poche volte, da quando era iniziata quella cazzo di storia del tumore, che lo vedevo ridere.
“Per cosa?” avevo replicato sogghignando, come tutte le volte in cui mi rendeva partecipe delle sue idee deliranti. Fabri era così, da sempre. Ogni tanto se ne usciva con qualche stramberia che conosceva solo lui ma che poi, se andavi a verificare, aveva le sue basi solide.
“Percebes!” mi aveva ripetuto. “Sono stranissimi frutti di mare che crescono solo in Galizia e Portogallo, sull’Atlantico. Facevano vedere un posto dove li prendevano sugli scogli. È dove vanno quei fuori di testa dei surfisti, sicuramente lo conosci, tu che sei impallato con quella roba”.
“Ma Nazarè dici?” avevo chiesto io.
“Sí quello. Mi devi promettere che se guarisco andremo insieme a mangiarli, ok?”
“Certo Fabri. Te lo prometto”.
Ed era finita così.

Nelle settimane successive ogni messaggio che mi mandava, immancabilmente, terminava con la parola “percebes”, seguita da uno, ma a volte anche tre punti esclamativi.
Ci credeva, e io con lui.
Poi arrivò il COVID, la massa non rispose alla chemio né alla radio e tanto meno all’immunoterapia e Fabri lasciò questo mondo.
Era il 10 luglio 2020.
Non dimenticherò mai quella notte terribile.

Non ho più pensato a questa cosa dei percebes fino a quando Radio Popolare, circa due anni dopo, non mi ha chiesto di intervistare Hugo Vau, il formidabile surfista portoghese che a Nazarè aveva cavalcato Big Mama, la madre di tutte le onde, trenta metri d’altezza, finendo nei tg di mezzo mondo. Hugo sarebbe stato a Genova, a presentare il libro che aveva scritto con Fabio Pozzo, lo scrittore principe quando si parla del mare e delle onde. Ok, fermi tutti. Cosa c’entrano Hugo, Fabio e Big Mama con mio fratello?
Rewind, torniamo a quei giorni, presente storico che regala più immediatezza.
É il 10 luglio del 2022, mi sveglio strano, sono esattamente due anni che è morto Fabri. Incontro mia moglie in cucina.
“Ehi Fe, oggi son due anni, come stai?”
“Strano, D.”
“Ah, ti è arrivato quel pacco” dice lei indicando la nicchietta vicino al tavolo dove solitamente poggiamo la posta. Vedo un pacchetto a forma di parallelepipedo avvolto nel nastro da pacchi. Lo scarto. È il libro di Hugo e Fabio. Scendo in giardino, mi metto sotto il sole e comincio a leggerlo per preparami all’intervista.
Dopo qualche pagina vado fuori di testa. Non sono un credulone, son più scettico della buona anima di Piero Angela quando si svegliava di cattivo umore ma quello che leggo mi ribalta.
Pagina quattro, dicevano. Fabio e Hugo sono in mare aperto con la moto ad acqua quando vedono una barca vicino a degli scogli. Hugo sa che sono pescatori e cosa stanno raccogliendo. Si avvicina alla barca, parla col pescatore e si fa dare un… un percebes. Poi lo offre a Fabio e gli dice: “Ora puoi sentire il sapore del mare”.

Boom, che colpo! Nel giorno dell’anniversario della morte di Fabri, lui si materializza tra le pagine di un libro per ricordarmi la promessa che gli avevo fatto. Ed è in quel momento che decido: l’avrei onorata. Sarei andato a Nazarè con parte delle sue ceneri e avrei mangiato i percebes. Garantito.
Ok fine presente storico, perché ora dobbiamo storicizzare i mesi e gli anni successivi, che non sono stati esattamente gentili con il vostro piccolo grande Fede.
Prima morí mio padre, poi mio figlio si scoprí epilettico, poi tanti problemi con mia moglie, poi è morta pure mamma dopo anni nella stramaledetta gabbia dell’Alzheimer. E allora rimanda, rimanda rimanda, rimanda… fino ad oggi, che sono qui, proprio a Nazarè, proprio di fronte a quell’oceano su cui favoleggiava Fabrizio.

2
È sera, camminiamo sul lungomare di Nazarè, la spiaggia è immensa e la sua sabbia chiara e sottile te la trovi dappertutto. Le onde battono il loro blues lungo e assordante sulla riva mentre le barche colorate dei pescatori riposano, in attesa di riprendere il mare.

Ci fermiamo in uno dei tanti baretti per rilassarci un momento. Oggi abbiamo, nell’ordine: raggiunto Malpensa da Genova con la macchina; preso un volo per Lisbona; affittato una macchina; attraversato l’Extremadura per raggiungere Nazarè; camminato fino al Sitio per vedere il faro e da lassù ammirare lo spettacolo delle onde, sperando ne nascesse una simile a quella cavalcata da Hugo durante quella magica golden hour del 2018. Non è successo. E il faro era pure chiuso. Nazarè è stata investita da un ciclone solo qualche settimana fa e l’impatto distruttivo del vento ha fatto danni dappertutto. Non solo il faro ma molti degli alberi alti che sormontano la costa sono stati spezzati in due. Anche i percebes che crescono in zona sembrano spariti.

“Difficilmente li troverai fratello” mi aveva detto Hugo al telefono. Ed effettivamente nessuno dei ristoranti ai quali ho chiesto, a partire dalla rinomata Celeste, li hanno nel menú. Ed è qui che succede. D. esce fuori a fumare, mi chiama e mi mostra un menù attaccato alla parete vicina dell’ennesimo ristorante.
“No niente percebes, vedi?” le dico. Il tizio del baretto, un tipo massiccio dagli occhi chiari, mi sente e si avvicina.
“You’re looking for percebes?”.
Ovviamente gli racconto tutta la storia.
“Wait me here” mi fa lui.
E poi sparisce.

Passa una decina di minuti. Sulla passeggiata continuano a passarci davanti frotte di giovani e meno giovani agghindati per il carnevale mentre le onde, subito dietro, continuano a frullare la spiaggia, ancora e ancora. Non ho usato il termine frullare a caso: qui si crea uno strano fenomeno che non so spiegare ma fa sí che la schiuma del mare si separi dall’acqua e resti sulla riva come il bagnoschiuma sui bordi della vasca quando prepari un bagno caldo. O come latte e zucchero dentro un frullatore.
“Fe, guarda lí” dice D. ingollando una sorsata del suo gin tonic.
Il tipo del bar, con un piatto in mano, sta attraversando la strada venendo di buon passo diretto verso di noi.
Mi sento strano.
Non male, non bene.
Strano.
Quando il piatto poggia sulla nostra tavola ci zittiamo tutti. A distanza di sei anni e dopo aver percorso oltre 2mila chilometri sto per assaggiare i percebes. Nella scatoletta che tengo nella tasca del giubbotto ci sono un po’ delle ceneri di Fabri. Accarezzo la scatola mentre afferrò con due dita il primo percebes. Sembrano delle micro code di dinosauro, con una parte dura e una più interna fatta di una specie di polpa molluscosa. Pochissimo odore. Chiudo gli occhi, tengo tra pollice e indice la parte dura e inizio a succhiare la parte più morbida.
E succede.
Arriva quella sensazione, insindacabile: è come avere l’oceano in bocca.
Mi si inumidiscono gli occhi.
Ne assaggio un altro.
Stessa sensazione.
Alzo gli occhi al cielo.
Fabri avevi ragione.

3
Al bar il mattino dopo c’è una fila interminabile di ragazzi e ragazze, tutti mascherati. Qui il Carnevale è una cosa seria, anche se martedì grasso sará domani, si festeggia già da qualche giorno. Dagli occhi arrossati e i visi tirati deduco che, molto probabilmente, hanno tutti fatto serata. Li capisco. Sono le sette e trenta del mattino, l’ora in cui più o meno mi sveglio ogni mattina, che più o meno è la stessa in cui alla loro età andavo a dormire. Si sa, i tempi cambiano. Siamo solo io e Leo.
D. e Ale dormono ancora. Ordino una pasta strana, con la sfoglia e dentro una polpa di crema dolcissima. Se ho capito giusto pare si chiami pastel de nata, una barista con le treccine mi dice che forse è il dolce portoghese più famoso in assoluto. Leo invece si butta su un muffin al cioccolato, che lui è un tipo che va più sul classico. Non dovrei farglielo mangiare, la cura per l’epilessia lo ha fatto ingrassare e dovrebbe evitare dolci e porcate varie, ma siamo a Nazarè, è felice come una pasqua e non me lo dice il cuore di dirgli di no.

Il tempo di finire i dolcetti e usciamo dal bar, diretti verso la spiaggia. Due ragazze col trucco sfatto, mascherate da charlot e abbracciate su una panchina ci danno il buongiorno sorridendo.
Sorrido anche io e vado avanti, puntando dritto verso la file di barche da pesca dalla vernice sgargiante ormeggiate all’inizio della spiaggia.

  1. e Ale intanto ci raggiungono, sotto un Cielo grigiastro attraversiamo il paese diretti alla funicolare e saliamo verso Sitio, che è un po’ la parte panoramica di Nazarè, il loggione da dove si può assistere ai miracoli del mare.

Ci fermiamo al santuario dedicato alla Vergine Nera di Nazarè, facendoci raccontare dal custode l’incredibile storia dietro quella statuetta. Si favoleggia sia stata addirittura intagliata da San Giuseppe e portata in Europa da San Luca, fate voi. Tante leggende le danzano intorno come un parallelepipedo di specchi che riflette sempre nuove possibilità. Si dice che nel mille e qualchecosa abbia salvato un nobile precipitato dalla scogliera e che lui per sdebitarsi abbia fatto costruire questo santuario prima di farsi monaco. Devo dire, con tutta l’innocenza del non battezzato, cioè non cresciuto a cucchiaiate di catechismo come molti miei coetanei, che il posto regala una certa pace; spero proprio che la Madonna, alla fine, mi protegga che ne ho bisogno. E protegga i miei figli, mia moglie, i miei amici. Che ci protegga tutti, insomma, che sono tempi cupi.

Anche stamattina il faro è chiuso, colpa del tornado. Però le onde sono più alte di ieri. Scendiamo a piedi verso la scogliere e ci fermiamo insieme a gente proveniente da tutto il mondo ad assistere allo spettacolo. Un paio di big wave surfer, accompagnati dai jet ski, cavalcano qualche onda ed è sempre un bel vedere. Resterei qui tutto il giorno ma qualcosa di importante mi aspetta.
Il tempo di un hamburger veggie con D. e i bambini in uno dei tanti food-truck allestiti lungo la strada che porta al faro e siamo di nuovo giù a Nazarè, a un passo dallo spiaggione.

Una piccola parte di ceneri di Fabri è chiusa in una scatoletta che tengo nella tasca del giubbotto.
“Siete pronti, bimbi?”
“Si pà, è il momento di fare incontrare zio con l’oceano” mi dice Ale mentre Leo con un pacchetto di legno scrive “Zio Fabri” sulla spiaggia bagnata. Poi D. li prende per mano e si avvicinano alla riva. Ho chiesto io di portarli via un momento.
Già perché la botta emotiva che non ho avuto in questi giorni arriva tutta insieme. È come un iceberg che si scioglie inondando tutto quello che è stato e che è.
Sono passati circa cinque anni e mezzo dalla morte di Fabrizio e raggiungere questo posto sull’Oceano per mangiare i percebes e liberare un po’ di lui fra queste onde è stato un pellegrinaggio lungo, tormentato, pieno di casini. Ed è come se in questi ultimi metri che mi separano dal mare ne sentissi tutto il peso sulle spalle.
É stato un frullatore di vita, emozioni, tante botte e pochi rimpianti.
Arrotolo i pantaloni della tuta, poi mi tolgo le scarpe e i calzini. Non l’avevo pianificato, mi viene d’istinto. La sabbia e fredda, umida ma ne percepisco la forza passo dopo passo.
Sto piangendo, ma non disperato, non a dirotto. Non sono lacrime un tanto al mucchio. Sono lacrime pesanti, di quelle che nascono dentro. Ogni passo sulla sabbia accende un ricordo di tutto quello che è successo in questi cinque anni e mezzo. La malattia di Fabri, le chemioterapie e le radioterapia mentre il mondo impazziva per il COVID. Quell’ultima sera in ospedale quando lui voleva morire ma il suo cuore continuava a battere.
Un altro passo sulla sabbia.
La morte di papá, ridotto a un fantasma, gli ultimi suoi giorni in ospedale trascorsi in uno sgabuzzino perché non c’erano letti liberi mentre io supplicavo di regalargli almeno alla fine un po’ di quella dignità che la malattia gli aveva tolto.
Faccio un altro passo sulla sabbia, le lacrime sempre più pesanti.
Penso alle difficoltà di Leo, a quel maledetto giorno di circa due anni fa quando ebbe il suo primo attacco epilettico. La sensazione di smarrimento, paura, impotenza.
Ancora qualche metro e raggiungerò l’acqua. La scatolina con le ceneri di Fabri sembra quasi bruciarmi nella tasca.
L’ultimo anno è stato il peggiore. I problemi con D., la sensazione di fallimento, la morte improvvisa di mamma. Altre lacrime, ma sono le ultime.
I piedi toccano l’oceano e non piango più.
Apro la scatola.
Ale prende un pugnetto delle ceneri dello zio. Altrettanto fa Leo. E così D.
E lo lasciano andare, libero di abbandonarsi all’abbraccio dalle onde.
Chri prima di partire mi ha detto: “quando disperderai quelle ceneri, sappi che una mia mano sarà lí a tenere la tua.”…
L’ultimo pugnetto è il mio, aspetto l’arrivo dell’onda giusta e apro la mano.
Fabri scivola via veloce, e quasi mi sembra di sentirlo ridere.
Ora è tutto a posto.
Ora va tutto bene.
Mi sento leggero, in pace, dove devo essere.
D’altronde una promessa è una promessa.
Ed io la mia l’ho mantenuta.
Qui e ora.
Nel cuore dell’onda.
Nel cuore della vita.