L’11 aprile 1991 la petroliera MT Haven, al largo di Genova, esplode e successivamente affonda rilasciando in mare una tale quantità di petrolio da causare il più grande disastro ambientale del mar Mediterraneo. Le immagini riprese dagli elicotteri dei soccorritori mostrano un inferno nero di fumo e petrolio sull’acqua blu.

A distanza di trentacinque anni (nel 2026) da quei giorni giace ancora lì, a 80 metri di profondità, in assetto di navigazione. E’ il più grande relitto visitabile nel Mediterraneo e oggi è ricchissima di vita, di flora e di fauna marine. Le immagini riprese dai sub che arrivano da tutto il mondo mostrano un’oasi per pesci e coralli.

La storia della Haven riafferma dunque che la natura trova sempre nuove strade per riprendersi ma non può tutto da sola: l’uomo può e deve dare un grande aiuto, soprattutto a un ecosistema complesso e fragile come quello del mare. Il nostro documentario  racconta storie di collaborazione tra uomo e natura per ridare vita agli habitat marini.

La storia della petroliera Haven – trentacinque anni fa bastimento mortale e oggi culla di vita – costituisce la spina dorsale del documentario. E’ divisa in quattro capitoli disposti in ordine temporale:

1 L’inferno nei giorni del disastro
2 La desertificazione marina negli anni immediatamente successivi
3 Le bonifiche e i timidi segnali di ripresa nei primi anni Duemila
4 Il ritorno della vita oggi

Il racconto della sua vicenda, dalla tragedia alla rinascita, è un alternarsi di emozioni che vanno dalla disperazione alla meraviglia e adotta uno stile di racconto che è in parte  cronachistico, in parte scientifico e in parte emotivo. Le voci che contribuiscono a dare la portata della grandezza della storia della Haven sono quelle dei soccorritori, dei giornalisti locali, dei biologi marini, dei semplici cittadini e degli amanti del mare che furono testimoni allora del disastro e oggi lo sono della rinascita.

Se la storia della Haven è paradigmatica della capacità che ha la natura di rigenerarsi “naturalmente” da sola, parallelamente al racconto della sua vicenda il documentario affronta altre tre storie di collaborazione tra uomo e natura, tre progetti in cui il ruolo del primo è fondamentale e necessario perché la seconda possa tornare a riprendersi.

1 Il CNR e il robot che pulisce i fondali
2 Il pescatore attivista contro la pesca industriale
3 Mare Vivo e la piantumazione delle foreste marine

I tre progetti hanno in comune l’essere storie di degrado dei fondali, laddove invece le cause sono differenti: inquinamento da plastica, distruzione a causa della pesca industriale, desertificazione della biodiversità. E differenti sono i soggetti coinvolti, a voler dimostrare come tutti dobbiamo mobilitarci: un ente pubblico di ricerca scientifica, un semplice pescatore diventato attivista, un’associazione di tutela del mare coi suoi volontari.

Le tre storie vengono raccontate con la stessa modalità e in parallelo a quella principale della Haven: partendo cioè dalla descrizione del problema per poi mostrarne la soluzione, insistendo sul messaggio costruttivo e positivo che i progetti portano con sé. Lungi dal disfattismo e dalla rassegnazione che si accompagnano – spesso con giuste motivazioni – a problemi così grandi e complessi come quelli inerenti la salute dei nostri mari. E in accordo con lo spirito con cui l’Unione Europea ha investito centinaia di milioni di euro in obiettivi di protezione della biodiversità nel 2030 rafforzando la ricerca, la conservazione e il restauro degli ecosistemi marini e costieri.

LE STORIE E I PROTAGONISTI

LA HAVEN

L’11 aprile 1991 la petroliera MT Haven, ancorata al largo del porto di Genova, esplose causando 5 vittime tra l’equipaggio e il più grande sversamento di petrolio del Mediterraneo. Il conseguente incendio, durato ben 70 ore, bruciò la maggior parte del greggio, portando comunque al rilascio in acqua e sui fondali di una quantità tra le 10 e le 50.000 tonnellate: il contenimento e recupero del petrolio occupò i soccorsi per anni a venire. La nave affondò il 14 aprile al largo di Arenzano, nel Golfo di Genova: il suo relitto – il più grande visitabile nel Mediterraneo – si trova ancora oggi a 85 metri di profondità.

In seguito alla combustione, il residuo bituminoso del petrolio sprofondò sul fondale, in quantità stimate tra le 10 e le 50.000 tonnellate, e tra 1000 e 1500 tonnellate finirono sulle coste di Arenzano e dintorni.

Nei giorni successivi alla fase emergenziale, gli sforzi si concentrarono sul recupero della frazione più pesante rimasta nella parte principale del relitto (circa 3000 tonnellate), nonché sullo strato, spesso 10 cm, di bitume che si accumulò sul fondale marino in un’area di 120.000 km quadrati. Una flotta di navi, mezzi meccanizzati e operatori ripulì i circa 100 km di coste coinvolte nei mesi successivi.

Il monitoraggio ambientale dell’area colpita fu attivato già dopo poche settimane dall’incidente: i primi studi si concentrarono su specie marine dei fondali come i mitili. Questi molluschi accumulano le sostanze organiche presenti nell’acqua: per questo motivo furono utilizzate come indicatore delle concentrazioni di derivati del petrolio nell’area.

Oltre ai molluschi, anche i pesci di fondale e specie di piante marine come la Posidonia Oceanica sono state studiati: fauna e flora anche a 15 miglia dal relitto risentirono dello sversamento, riportando concentrazioni di idrocarburi più alte dei valori storici. Studi sulla pesca a strascico nelle aree marine mostrarono una riduzione del 43% del pescato rispetto agli anni precedenti l’incidente.

La bonifica dell’area fu dichiarata conclusa dalla Protezione Civile nel 2008, riconoscendo però l’infattibilità tecnica di una pulizia completa dei fondali più profondi.

Da allora il relitto della Haven, sottoposto a regime di area protetta, è meta di turismo subacqueo. Lo scafo, interamente visitabile, è completamente colonizzato da una flora e una fauna ricchissime. E’ il più grande relitto visitabile da subacquei del Mediterraneo e, secondo alcune fonti, addirittura il più grande al mondo.

Aiutandosi con immagini di archivio il documentario racconta in primis i fatti di cronaca del passato e della bonifica del relitto, però per concentrarsi poi soprattutto sulla rinascita del sito, seguendo alcuni sub appassionati nelle loro straordinarie ed emozionanti immersioni.

Al momento gli sceneggiatori hanno preso in considerazione -per un focus all’interno del docufilm- le seguenti tre realtà.

LA CASA DEI PESCI

Il pescatore attivista contro la pesca industriale

Di fronte alla costa toscana tra Talamone e Punta Ala c’è un museo sottomarino chiamato La Casa dei Pesci: 44 enormi sculture di tonnellate di peso, appoggiate sul fondo del mare a non più di 7 metri di profondità. Sono volti femminili, sirene, mega conchiglie, sagome di stelle marine, figure umane ricoperte da alghe messe a dimora per presidiare che nessuno faccia pesca a strascico troppo vicino alla riva.

Paolo Fanciulli, 61 anni, è il pescatore-attivista inventore del museo che da anni battaglia contro i pirati del mare che distruggono le praterie dell’alga posidonia. Contro la pesca industriale e quella illegale – che lui vede fare di notte anche all’interno delle aree marine protette – ha messo sé stesso, andando a speronare barche che lavoravano con reti a strascico. Un tipo di pesca che distrugge habitat importanti portando via ricciole, orate, saraghi, occhiate e tutte le specie con cui vive la piccola pesca artigianale.

Negli anni il progetto è diventato più grande e strutturato, in collaborazione con l’Università di Siena. Paolo continua a fare il pescatore ma adesso porta i turisti sulla sua barca offrendo quello che pesca e spiegando l’importanza di alimentarsi in modo consapevole.

Il documentario racconta la sua storia e le sue battaglie, concentrandosi soprattutto sull’aspetto costruttivo delle sue azioni. Le telecamere lo seguono nel corso di alcune giornate insieme ai turisti che imparano un nuovo modo di fare pesca e si immergono insieme ai visitatori del suo meraviglioso museo.

CNR MAELSTROM

Il robot che pulisce i fondali

Venezia ha ospitato la prima dimostrazione della Piattaforma robotica per la pulizia dei fondali, una tecnologia innovativa sviluppata nell’ambito del progetto europeo MAELSTROM, coordinato dal Cnr-Ismar. L’evento si è tenuto il 9 giugno 2025 a Punta della Dogana per mostrare come il sistema rimuove i rifiuti dalla laguna.

La tecnologia consiste in una chiatta galleggiante che controlla un robot subacqueo. Guidato dall’intelligenza artificiale, il robot identifica i rifiuti sul fondale e utilizza un tubo aspirante per i detriti piccoli e una pinza per quelli più grandi, come pneumatici o reti da pesca, operando fino a 20 metri di profondità nel rispetto dell’ecosistema.

MAELSTROM non si limita alla raccolta: i rifiuti recuperati vengono tracciati tramite un’app e avviati al riciclo, in un’ottica di economia circolare. Il progetto, che coinvolge 14 partner di 8 paesi, mira a combattere l’inquinamento marino da plastica, che danneggia l’ambiente e la salute umana.

MARE VIVO

L'associazione che coltiva i fondali

Proprio come la Terra anche il mare ha le sue foreste che producono ossigeno e garantiscono la vita sul Pianeta. Le foreste del mare sono in pericolo a causa del cambiamento climatico. Eppure sono importantissime proprio per contrastarlo: 2 mq rilasciano 20/30 litri di ossigeno, corrispondente alla quantità giornaliera di un albero sulla terra, e l’assorbimento di anidride carbonica è 35 volte più veloce rispetto alle foreste di superficie.

La onlus Mare Vivo, con il progetto Replant, cerca di proteggere, conservare e ricostruire le foreste marine dove numerose specie animali e vegetali trovano rifugio. Per farlo ricolonizza le praterie marine degradate tramite trapianti di Cymodocea nodosa. Le praterie di Cymodocea nodosa costituiscono una serie di microhabitat e risorse alla flora e fauna del Mediterraneo con un conseguente aumento nella ricchezza nelle specie che vi abitano. Permettono la crescita, riproduzione e accoglienza di numerose specie animali e vegetali favorendo l’aumento della biodiversità. Le specie di pesci comunemente trovate nelle praterie di Cymodocea nodosa sono innumerevoli, tra le principali si trovano: pesce pappagallo, saraghi, orate, marvizzi, seppie, ghiozzetti, pesci ago, pagelli, dentici, triglie, murene.

Il documentario segue attivisti e ricercatori impegnati nelle operazioni di localizzazione dei siti deforestati, trapianto, monitoraggio e divulgazione nelle scuole.

Siamo alla ricerca di partner che condividano i valori di sostenibilità e innovazione, interessati a un product placement etico e coerente che consenta al progetto di essere realizzato.
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Opportunità di Brand Placement

  • Visibilità in scene chiave (immersioni, turismo sostenibile, progetti ambientali)
  • Inserimento del brand nei materiali promozionali e nei titoli di coda
  • Co-branding in eventi, anteprime e festival
  • Allineamento con valori di sostenibilità e tutela del mare

Target e distribuzione

  • Pubblico internazionale appassionato di ambiente, mare, scienza
  • Festival di cinema e documentari (ambientali e generali)
  • Broadcaster TV e piattaforme streaming
  • Campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale

Temi e messaggio chiave

  • Dalla tragedia alla speranza: la rinascita del Mediterraneo
  • Equilibrio tra uomo e natura
  • Scienza, attivismo e comunità
  • Storia universale con respiro internazionale

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